Bacio-Gustav_Klimt

Quando penso al mio legame con questo quartiere, la mia mente torna indietro di qualche anno, al mese di giugno del 2012. Ero vicario parrocchiale allo Spirito Santo, a Taranto Due, e la sera, approfittando della sospensione delle attività ordinarie indossavo le mie scarpe da running per farmi una corsetta tra le strade di Taranto, gustando una città che ancora non conoscevo bene ma che a poco a poco si faceva spazio nella mia vita e lentamente imparavo ad amare sempre di più.

Uno dei miei giri preferiti attraversava la Salinella costeggiando la Curva Sud dello Iacovone prima di perdersi nelle strade sterrate che dalle demolizioni “Gallo” mi riportavano a Taranto 2. Una sera, la ricordo benissimo – l’ho già raccontato altre volte – mentre i miei auricolari mi incoraggiavano nella corsa suggerendomi: “che bello il mio tempo/che bella compagnia/sono giorni di finestre adornate/canti di stagione/anime salve in terra e in mare” – quella sera – guardando le palazzine di via Lago di Monticchio – non so dire come o perché – pensai che mi sarebbe piaciuto passare una parte della mia vita in questa zona della città. Fu un pensiero fugace e spontaneo, che si imponeva alla mia mente, capace di infondermi molta serenità e che affidai immediatamente a Dio senza mai più condividerlo con nessuno.

A distanza di due anni da quella sera, l’11 agosto del 2014, l’Arcivescovo Filippo mi chiese se ero disposto ad integrare la mia esperienza sacerdotale vissuta nella comunità dello Spirito Santo, con un’esperienza nuova, differente, proprio nella parrocchia della Santa Famiglia alla Salinella. Accolsi l’invito con entusiasmo, non perché mi stessi trovando male a Taranto 2 – anzi, sono grato a Dio per aver permesso a quella comunità che porto sempre nel mio cuore, e a don Martino di avermi cullato come prete novello e di aver smussato tantissime mie asperità: il prete che sono oggi è anche frutto di quegli anni preziosi – accolsi l’invito con entusiasmo, dicevo, perché intuivo che la missione a cui il Signore mi chiamava si confaceva maggiormente alla mia identità umana e poteva aiutarmi a fiorire nella mia umanità e nel mio sacerdozio. Inoltre ero commosso e sorpreso dal fatto che il Signore aveva accolto quel fugace pensiero di due anni prima. Ora, dopo quattro anni, entro in questa comunità per servirla da parroco. Mi viene da pensare che il Signore, in quel lontano pomeriggio di giugno, non solo abbia ascoltato la mia preghiera ma se la sia proprio segnata in rosso! Un segno della sua fedeltà.

Pertanto permettetemi di ringraziare questa sera sua eccellenza l’Arcivescovo Filippo per aver intuito ed accolto questa spinta dello Spirito che mi vuole parroco di questa comunità e per aver colto il mio desiderio di vivere, alla soglia dei 34 anni, la paternità nel ministero sacerdotale. Lo ringrazio per la fiducia e per la stima che mostra nei miei confronti affidandomi una missione tanto impegnativa quanto entusiasmante.
Ed un ringraziamento speciale va anche alla mia famiglia. Giungo a diventare parroco nutrendo un forte desiderio di paternità pastorale e di fraternità familiare: mi presento così, in questa parrocchia, stasera come padre/madre, fratello e figlio, esperienze che sento di poter condividere con voi perché ho avuto, presso la mia famiglia, una scuola eccellente.

E ringrazio tutti i sacerdoti, la mia fraternità presbiterale. Sapere di essere sostenuto dalla loro preghiera e soprattutto dalla loro presenza e dal loro esempio di vita donata per il vangelo mi riempie di tanto entusiasmo.

Ho scelto di farmi accompagnare, in questo tempo di cambiamenti e novità, da un passo del Vangelo secondo Marco: “vino nuovo in otri nuovi” (Mc 2,22) e da un’immagine, non appartenente all’iconografia religiosa: il Bacio, del pittore austriaco Gustav Klimt. Sul banco trovate dei segnalibro con questa immagine che potete conservare come ricordo. Ci tengo a sottolineare, ad evidenziare, a rimarcare che non sono certo io il nuovo che avanza; non sono io l’apportatore di novità; non sono io il vino nuovo. Anzi, mi inserisco in punta di piedi in una tradizione di pastori di questa comunità, che solo a pensarne il valore umano e spirituale di ciascuno, ancora mi chiedo: “ma io cosa ci faccio? cosa c’entro?”. Mi riferisco a don Martino, primo parroco, a don Romano parroco storico e di fatto pietra miliare di questo quartiere, a don Franco e a don Pinuccio. Questa comunità è una pietra preziosa, levigata dal lavoro instancabile di questi quattro preti che ne hanno fatto la storia e dai loro collaboratori. Permettetemi di ringraziare in particolare don Romano, che certamente dal Cielo oggi fa festa con noi (il calice con cui abbiamo celebrato è il calice della sua prima Messa) e di rivolgere un ringraziamento speciale a Dio per avermi donato di essere stato accanto a don Pinuccio, per me, in questi ultimi quattro anni padre, fratello, amico, complice. Sono certo che la comunità, toccando con mano il rapporto di fiducia reciproca, collaborazione sincera ed amicizia vera, ne abbia tratto un beneficio immenso. Per non parlare di quanto devo a lui per la mia maturazione umana e sacerdotale. Se sono contento di essere prete e parroco di questa parrocchia oggi, gran parte del merito è suo. Mi dispiace tanto che stasera non sia qui con noi ma sono certo che in questo momento, in un modo diverso, certamente c’è. Tutte le volte che ci sentiamo mi dice sempre: “salutami tutti”. E quindi anche stasera vi porgo i suoi saluti.

E, proprio pensando alla tradizione di questa parrocchia, mi è venuta in mente questa citazione evangelica. “Vino nuovo in otri nuovi”. Mi piacerebbe che questa comunità continuasse a custodire e ad alimentare sempre di più, come già ha imparato a fare – e io ne sono un testimone in questi ultimi anni – la dimensione della festa, il senso di comunione, la bellezza che segna il volto di chi sa di essere benedetto da Dio e guardato con occhio di predilezione. Nei versetti precedenti Gesù afferma che non possono digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro. Da qui il vino, simbolo della festa, simbolo di una comunità felice di aver ricevuto il dono della fede, contenta di essere comunità cristiana, di essere aperta all’altro, alla novità, alla trasformazione, non arroccata dietro sterili prese di posizione ma sempre disposta a farsi guidare dallo Spirito Santo, nella certezza di realizzare quell’opera d’arte che Dio stesso ha in mente fin dall’eternità. In altre parole una comunità che vive con orgoglio la propria appartenenza a Cristo, il proprio discepolato e rispondendo con gioia alla propria vocazione si senta sempre più famiglia. Dio ha vissuto in una famiglia; è cresciuto in una famiglia; ha sperimentato la vita in una famiglia. Anzi, Dio stesso è famiglia. Dio è famiglia, Dio è vicino, Dio è presente nelle strade di questo quartiere che in questi anni ho imparato ad amare e che già da qualche mese chiamo “casa” e sento sempre più come mia famiglia. Dio è famiglia, Dio è vicino, Dio è presente anche quando l’evidenza sembra manifestare altro. Questa parrocchia può continuare ad essere, come ha sempre fatto, luogo della speranza e della convinzione intima che c’è da far festa, da sorridere, da entrare nella vita, da brindare alla vita perché lo sposo è qui. Vino simbolo della festa e simbolo di legami familiari. Parrocchia-famiglia, luogo di relazioni libere, immediate, prive di inutili formalismi, schiette, rispettose, spontanee, sincere, aperte al dialogo, vive e generatrici di vita. Vino, festa e famiglia.

A tal proposito mi è venuta in mente questa immagine, così colorata e variegata nello stile (il giardino in basso, il mantello dorato e le pietre preziose rappresentano la cultura cristiana, africana ed araba), immagine che mi ha subito fatto pensare ad una comunità pronta ad accogliere ed integrare le differenze, attenta a riconoscere i “santi della porta accanto” non solo tra chi la parrocchia la frequenta abitualmente ma anche e soprattutto tra coloro che forse in chiesa non ci mettono mai piede, o vivono ai margini o dicono di essere non credenti perché delusi e privi di speranza o semplicemente perché non ne hanno fatto esperienza. Una comunità composta da donne e uomini aperti alla collaborazione con tutte quelle realtà territoriali che hanno l’obiettivo di generare vita, senza mai smarrire la propria identità di figli di Dio e discepoli del Signore Gesù. In questo quartiere, spesso vittima dell’abbandono delle istituzioni, la nostra comunità può essere una luce che dà speranza per quanto fioca o debole; una comunità in cui ciascuno possa trovare il proprio spazio di espressione perché la propria vita possa fiorire. Una comunità sensibile e attenta alla fragilità umana così dolcemente rappresentata da questo bacio – atto umano che trasmette un significato divino, quello dell’amore incondizionato, del dono della vita – una comunità talmente sensibile alla fragilità umana da essere pronta al perdono, sia all’interno che all’esterno. Una comunità talmente sensibile alla fragilità umana da apparire all’esterno anch’essa debole, ma sostenuta dalla certezza che il Signore è vivo in mezzo a noi.

Ora, cari amici, perché questi desideri non restino solo sterili auspici di un giovane prete inesperto, per quanto appassionato e sognatore, vi chiedo di inserirli nella vostra preghiera oppure, se non siete credenti, di elevare un pensiero positivo secondo queste intenzioni.

Gesù il Signore è vivo e presente in mezzo a noi e ci invita a fare festa e a custodire i legami e le relazioni. Soprattutto oggi. Per questo, al termine della messa, dopo la benedizione del vescovo, vi aspetto nel cortile dell’oratorio per condividere con voi un buon bicchiere di vino. Grazie perché ci siete. Buona festa.

#StaySalinelled